SANITÀ IN PRIMA PAGINA
Cinque notizie in cinque minuti
Un nuovo progetto italiano punta alle cellule più resistenti del glioblastoma
Un progetto italiano selezionato dall’European Research Council nell’ambito degli ERC Starting Grants 2026 punta a sviluppare una terapia di precisione contro il glioblastoma, uno dei tumori cerebrali più aggressivi e difficili da trattare. Il progetto, denominato TEPOV, è guidato da Giovanni Marfia dell’Università degli Studi di Milano ed è l’unico progetto italiano selezionato nel panel europeo dedicato alla prevenzione, diagnosi e trattamento delle malattie.
Al centro della ricerca c’è EV-3, una forma anomala dell’eritropoietina prodotta soprattutto dalle cellule staminali tumorali. Queste cellule rappresentano una delle principali difficoltà nella cura del glioblastoma perché possono sopravvivere ai trattamenti, favorire la crescita del tumore e contribuire alla sua recidiva. EV-3 sembra inoltre avere un ruolo nel favorire l’angiogenesi e nel ridurre la risposta immunitaria contro la malattia.
La biotech milanese Andremacon ha sviluppato AND-C4, un anticorpo monoclonale progettato per riconoscere selettivamente EV-3. I risultati preclinici indicano la possibilità di colpire proprio le popolazioni tumorali più aggressive, cercando contemporaneamente di risparmiare le cellule sane.
Il progetto prevede anche lo sviluppo di GBOüD, una piattaforma tridimensionale derivata dai pazienti che permetterà di ricostruire in laboratorio non soltanto il tumore, ma anche il microambiente che lo circonda. Un modello di “tumore su chip” che potrebbe aiutare a studiare le interazioni tra cellule tumorali, ambiente circostante e trattamenti. L’obiettivo finale è arrivare a una strategia terapeutica più mirata contro i meccanismi che rendono il glioblastoma resistente alle cure.
Sanità pubblica, il divario con l’Europa pesa sempre di più sull’accesso alle cure
La spesa sanitaria pubblica italiana continua a rimanere distante dalla media europea, mentre cresce il numero di persone che rinunciano a visite ed esami. Secondo l’analisi della Fondazione Gimbe, nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2% del Pil, contro una media del 7,1% sia nell’area OCSE sia nei Paesi europei considerati dall’analisi.
Il divario emerge anche osservando la spesa pro capite: nel 2025 l’Italia ha destinato alla sanità pubblica 3.952 dollari per cittadino, circa 900 dollari in meno rispetto alla media OCSE. Secondo Gimbe, il gap rispetto agli altri Paesi europei si è progressivamente ampliato dal 2011 e oggi raggiungerebbe complessivamente 36,1 miliardi di euro.
Una delle conseguenze più concrete riguarda l’accesso alle prestazioni sanitarie. Nel 2024 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a visite, esami diagnostici o altre cure, anche a causa delle difficoltà economiche delle famiglie. Per la Fondazione Gimbe si tratta di un segnale della progressiva erosione della capacità del Servizio sanitario nazionale di garantire pienamente il diritto alla salute.
Le organizzazioni dei professionisti sanitari sottolineano tuttavia che non è sufficiente aumentare le risorse: occorre intervenire anche sulle modalità con cui vengono distribuite e trasformate in servizi effettivamente accessibili ai cittadini.
Dal Governo arrivano rassicurazioni sul prossimo incremento del Fondo sanitario nazionale. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha indicato 18 miliardi di euro aggiuntivi negli ultimi tre anni, di cui 6,3 miliardi previsti per il 2026.
“Malattia della pioggia” sotto osservazione: aumentano i casi in Europa
La dermatofilosi, conosciuta come “malattia della pioggia”, è tornata sotto i riflettori dopo la segnalazione di nuovi focolai in diversi Paesi europei. L’infezione è provocata dal batterio Dermatophilus congolensis, tradizionalmente associato soprattutto agli animali, in particolare ai bovini, ma capace più raramente di infettare anche l’uomo. Secondo i dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), al 20 agosto erano stati identificati 123 casi in dieci Paesi europei.
L’elemento che sta suscitando maggiore interesse è il possibile cambiamento delle modalità di trasmissione. Se in passato le infezioni umane erano soprattutto legate al contatto con animali infetti o materiali contaminati, nei casi più recenti è emersa una possibile trasmissione interumana attraverso contatti molto ravvicinati pelle contro pelle, anche in contesti sessuali o in ambienti caldo-umidi come le saune. Sono stati inoltre segnalati casi associati a sport di contatto.
Nell’uomo l’infezione provoca principalmente manifestazioni cutanee, tra cui papule, pustole, croste, desquamazione e prurito. Le lesioni possono interessare diverse zone del corpo e possono essere facilmente confuse con altre patologie dermatologiche o infezioni sessualmente trasmesse. La dermatofilosi appare comunque generalmente lieve e risponde alla terapia antibiotica.
Gli esperti invitano quindi a evitare allarmismi: il rischio per la popolazione generale è attualmente considerato molto basso. La sorveglianza epidemiologica resta però importante per comprendere se e quanto siano cambiate le modalità di diffusione del batterio.
Dolore cronico: potrebbe lasciare una traccia nel midollo osseo del cranio
Il dolore cronico potrebbe essere associato non soltanto alle aree tradizionalmente coinvolte nella percezione del dolore, ma anche al midollo osseo presente nel cranio. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Science Translational Medicine e condotto da Marco Loggia, ricercatore italiano che dirige il Pain and Neuroinflammation Imaging Laboratory del Massachusetts General Hospital e insegna alla Harvard Medical School.
Lo studio ha coinvolto 125 persone con lombalgia cronica o osteoartrite del ginocchio, sottoposte a tecniche di imaging come PET e risonanza magnetica. I ricercatori hanno osservato nel midollo osseo cranico livelli elevati di TSPO, una proteina utilizzata come indicatore di neuroinfiammazione.
La presenza della molecola è risultata particolarmente marcata nei pazienti con dolore cronico, mentre non è stata osservata con gli stessi livelli nelle persone prive di dolore. Inoltre, maggiore era la concentrazione di TSPO nel midollo cranico, maggiore risultava l’intensità del dolore e più elevati erano anche i livelli di ansia e depressione associati alla condizione.
La scoperta potrebbe aprire una nuova prospettiva nella comprensione dei meccanismi alla base del dolore persistente. Il midollo osseo cranico potrebbe infatti diventare in futuro un biomarcatore utile a identificare specifici gruppi di pazienti e, potenzialmente, un nuovo bersaglio terapeutico.
Tra le ipotesi future c’è anche l’adattamento di tecnologie già utilizzate per la stimolazione non invasiva del cervello, come ultrasuoni o fotostimolazione, per intervenire selettivamente su questa regione. Si tratta ancora di una possibilità da verificare, ma potrebbe rappresentare una strada interessante per sviluppare trattamenti meno invasivi contro il dolore cronico.
Colesterolo LDL, inclisiran supera l’acido bempedoico nel raggiungimento dei target
Ridurre rapidamente e mantenere sotto controllo il colesterolo LDL rappresenta uno degli obiettivi centrali nella gestione dei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto o altissimo rischio. I risultati dello studio VICTORION-CHALLENGE, presentati al congresso della European Society of Cardiology, mettono a confronto diretto due strategie farmacologiche: inclisiran e acido bempedoico.
A 150 giorni dall’inizio del trattamento, la riduzione media del colesterolo LDL è stata del 56,31% nei pazienti trattati con inclisiran, rispetto al 15,35% osservato nel gruppo trattato con acido bempedoico. Una differenza che si riflette anche nella capacità di raggiungere i livelli raccomandati dalle linee guida.
Il 78,2% dei pazienti trattati con inclisiran ha infatti raggiunto il target di LDL, contro il 20,3% dei pazienti che hanno ricevuto acido bempedoico. La frequenza complessiva degli eventi avversi correlati al trattamento è risultata invece comparabile tra i due gruppi.
I risultati rafforzano l’importanza di strategie terapeutiche capaci non soltanto di ridurre il colesterolo LDL, ma di farlo in modo rapido e mantenere nel tempo il controllo dei valori. Questo aspetto è particolarmente rilevante nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, nei quali il mancato raggiungimento dei target può tradursi in una maggiore probabilità di nuovi eventi.
Secondo gli specialisti intervenuti sullo studio, la vera sfida della prevenzione cardiovascolare non è quindi soltanto raggiungere il valore-obiettivo, ma mantenerlo stabilmente nel tempo, integrando terapia farmacologica, monitoraggio e gestione complessiva dei fattori di rischio.
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Fonti: Sky TG24, European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), Università degli Studi di Milano, European Research Council (ERC), Andremacon S.r.l., Fondazione Gimbe, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), Anaao Assomed, Ministero della Salute, Science Translational Medicine, Massachusetts General Hospital, Harvard Medical School, European Society of Cardiology (ESC), Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), Società Italiana di Cardiologia (SIC).








