Viviamo più a lungo. Ma per quanto ancora possiamo permettercelo?

Nel 1872 un italiano poteva aspettarsi di vivere, in media, quasi trent’anni. Oggi quella cifra è più che triplicata: 83,4 anni di speranza di vita alla nascita, uno dei valori più alti al mondo. È il dato di apertura del report “La salute: una conquista da difendere”, pubblicato dall’ISTAT il 7 aprile in occasione della Giornata Mondiale della Salute. Un titolo che dice già tutto: non si tratta di celebrare un risultato, ma di capire quanto sia fragile.

Come siamo diventati così longevi

La storia della longevità italiana è la storia di tanti cambiamenti sovrapposti. Prima è venuta l’igiene: la mortalità infantile, che nell’Ottocento uccideva 230 bambini su mille nati vivi, è crollata fino al 2,7 attuale — uno dei valori più bassi al mondo. Poi sono arrivati vaccini e antibiotici, che hanno quasi azzerato le morti per malattie infettive: erano la causa principale di decesso a fine Ottocento, oggi pesano appena l’1% del totale.Il passaggio decisivo però è arrivato nel 1978, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Un sistema universale, gratuito al punto di utilizzo, accessibile a tutti indipendentemente dal reddito. Da quel momento i progressi si sono consolidati: tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita è cresciuta di 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni.

Il prezzo dell’invecchiamento

Vivere più a lungo, però, significa anche invecchiare. E invecchiare in Italia oggi vuol dire fare i conti con un carico crescente di malattie croniche. I tumori, che a fine Ottocento causavano il 2-3% dei decessi, ne causano oggi il 26,3%. Le malattie cardiovascolari sono passate dal 6-8% al 30%, diventando la prima causa di morte. Il fenomeno più preoccupante, secondo l’ISTAT, è la multimorbilità: avere due o più patologie croniche contemporaneamente. Nel 2025 riguarda circa 13 milioni di italiani, contro i 10,3 milioni del 1993. Il 39% di questi pazienti ha più di 75 anni. Diabete e ipertensione corrono in parallelo: il diabete è passato dal 2,9% della popolazione nel 1980 al 6,4% nel 2025, l’ipertensione dal 6,4% al 18,9%.

Il divario che il dato medio non racconta

Una speranza di vita media di 83,4 anni è un numero che nasconde tutto. L’età mediana alla morte, nel 2023, va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche. Tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno si trovano sotto la media nazionale. Non è una questione di stile di vita o di fortuna: è la conseguenza diretta di ciò che il sistema sanitario a livello locale riesce a garantire in termini di prevenzione, screening e accesso alle cure. Come spiega Giovanni Rezza, epidemiologo già a capo del Dipartimento della prevenzione del Ministero della Salute: la qualità dell’assistenza che varia da regione a regione gioca un ruolo diretto nelle differenze territoriali sull’aspettativa di vita.

Cosa rischia di erodere il primato

Il report ISTAT non lo dice esplicitamente, ma il contesto lo sottintende. Le stesse pressioni che si accumulano sul SSN — la carenza di personale, il sottofinanziamento strutturale, le liste d’attesa che si allungano, la denatalità che restringe la base contributiva — agiscono direttamente sulle variabili che hanno costruito questo primato. Un sistema sanitario che si deteriora non smette di funzionare dall’oggi al domani. Lo fa lentamente, allargando prima i divari tra territori, poi tra fasce sociali. Finché la conquista non è più di tutti. Ottantatré anni di vita media non sono un punto di arrivo. Sono la misura di quanto vale ciò che stiamo rischiando di non difendere abbastanza.

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Rassegna stampa Sanità e Benessere – 8 Aprile 2026
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