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Adrenalina spray contro lo shock anafilattico, arriva in Italia una nuova opzione salvavita
In Italia arriva il primo spray nasale di adrenalina per affrontare lo shock anafilattico, una reazione allergica grave che può provocare difficoltà respiratorie, un rapido calo della pressione arteriosa e perdita di coscienza. Secondo i dati presentati dagli esperti della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), nel nostro Paese si registrano ogni anno circa 10mila casi di shock anafilattico e 60 decessi.
La novità è stata annunciata durante il 38° congresso nazionale della società scientifica, a Salerno. Lo spray si affianca all’adrenalina somministrata per via intramuscolare attraverso un autoiniettore e offre un’alternativa senza ago. La possibilità di utilizzare un dispositivo nasale potrebbe aiutare le persone che, per paura dell’iniezione o per difficoltà nell’utilizzo dell’autoiniettore, ritardano la somministrazione del farmaco.
La tempestività è infatti essenziale: durante una reazione anafilattica, l’adrenalina contrasta rapidamente gli effetti che possono compromettere la respirazione e la circolazione sanguigna. Gli specialisti segnalano che una parte dei pazienti attende diversi minuti prima di intervenire, aumentando i rischi associati all’emergenza.
Attualmente lo spray è destinato alle persone con un peso di almeno 30 chilogrammi. La formulazione pediatrica, già approvata dall’AIFA, è attesa in Italia nella primavera del 2027. La nuova opzione amplia gli strumenti disponibili per gestire le reazioni allergiche gravi, ma la scelta del dispositivo più adatto deve essere valutata con il medico. In caso di sospetta anafilassi resta fondamentale attivare immediatamente i soccorsi e seguire il piano di emergenza prescritto.
Melanoma avanzato, una nuova pillola associata all’immunoterapia riduce il rischio di progressione
Una nuova strategia terapeutica apre prospettive per i pazienti con melanoma avanzato o non operabile che non hanno ancora ricevuto immunoterapia. I risultati presentati a Madrid indicano che l’aggiunta del farmaco sperimentale HBI-8000, assunto in compresse, al nivolumab potrebbe migliorare il controllo della malattia rispetto alla sola immunoterapia.
Secondo i dati diffusi il 23 ottobre, la combinazione ha portato la sopravvivenza libera da progressione a una mediana di 11,7 mesi, contro i 7,4 mesi osservati con il solo nivolumab. Lo studio segnala inoltre una riduzione del 27% del rischio di progressione della malattia o di morte e una risposta tumorale nel 41,4% dei pazienti trattati con la combinazione.
Il farmaco agisce modificando alcuni meccanismi che regolano l’espressione dei geni nelle cellule tumorali. L’obiettivo è rendere il tumore più riconoscibile dal sistema immunitario, favorendo l’azione dell’immunoterapia. Si tratta di un approccio che punta quindi a rafforzare la risposta dell’organismo contro la malattia, anziché agire esclusivamente sulle cellule tumorali in modo diretto.
I risultati sono promettenti, ma devono essere interpretati nel contesto dello studio clinico e della popolazione esaminata. Saranno necessari ulteriori dati per definire il ruolo della combinazione nelle strategie terapeutiche e valutarne benefici e rischi nel lungo periodo. La ricerca continua a esplorare associazioni tra farmaci con meccanismi differenti per migliorare le possibilità di trattamento del melanoma avanzato, una patologia nella quale la scelta della terapia dipende anche dalle caratteristiche cliniche del singolo paziente.
Liste d’attesa, migliorano le prestazioni nei tempi previsti ma restano quattro milioni di ritardi
Nei primi nove mesi del 2026 il Servizio sanitario nazionale ha aumentato il numero di visite ed esami erogati entro i tempi di garanzia, ma le difficoltà di accesso alle prestazioni restano significative. Secondo il monitoraggio di Agenas aggiornato al 30 settembre, su 21,8 milioni di visite effettuate, 17,7 milioni sono state garantite nei tempi previsti. Si tratta di oltre due milioni di prestazioni in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Il miglioramento riguarda sia le prime visite specialistiche sia gli esami diagnostici. La quota di prime visite effettuate nei tempi è salita dal 76,9% al 78,6%, mentre per gli esami diagnostici è passata dall’83,3% all’85%. L’aumento delle prenotazioni complessive, cresciute da 19,7 a 21,8 milioni, indica anche una maggiore attività nell’erogazione delle prestazioni.
Nonostante questi progressi, circa quattro milioni di visite ed esami risultano ancora fuori dai tempi previsti, considerando anche le prestazioni erogate con ritardi contenuti. Le criticità sono particolarmente evidenti per le colonscopie e le visite dermatologiche, che in circa tre casi su dieci non vengono effettuate entro i termini di garanzia. Persistono inoltre differenze territoriali: tra le regioni con maggiori difficoltà figurano Umbria, Puglia e Sardegna per le prime visite, mentre per gli esami diagnostici emergono problemi anche in Valle d’Aosta.
I dati mostrano che il miglioramento organizzativo è possibile, ma non sufficiente a eliminare il problema. La riduzione delle attese richiede un monitoraggio costante, una gestione appropriata delle prescrizioni e una maggiore disponibilità di personale sanitario. Garantire tempi adeguati significa tutelare la prevenzione, evitare ritardi diagnostici e ridurre la necessità per i cittadini di rivolgersi alla sanità privata.
Cure palliative pediatriche, cresce il numero dei bambini assistiti ma l’accesso resta limitato
I progressi della medicina e delle tecnologie assistenziali stanno aumentando l’aspettativa di vita di molti bambini con patologie complesse o inguaribili. Questa evoluzione rende sempre più importante sviluppare servizi di cure palliative pediatriche, destinati a migliorare la qualità della vita dei piccoli pazienti e delle loro famiglie attraverso il controllo dei sintomi, il sostegno psicologico e l’assistenza continuativa.
Il tema è stato affrontato a Roma durante un congresso internazionale dedicato alle cure palliative, organizzato dalla Fondazione Maruzza con la partecipazione di rappresentanti di 49 Paesi. Secondo i dati presentati dagli esperti, nel mondo oltre 21 milioni di bambini avrebbero bisogno di cure palliative, ma soltanto il 5% vi accede regolarmente. In Italia si stimano circa 35mila minori con malattie inguaribili o con bisogni assistenziali ad alta complessità, ma solo un quarto riceverebbe un’assistenza dedicata.
Le necessità non riguardano esclusivamente i pazienti oncologici. Tra i bambini che possono beneficiare di questi percorsi figurano anche quelli con patologie respiratorie, cardiologiche e genetiche. Molti necessitano di supporti tecnologici per respirare, alimentarsi o muoversi e possono vivere per anni grazie ai progressi terapeutici.
L’aumento della sopravvivenza pone nuove sfide organizzative: occorre garantire continuità tra ospedale e domicilio, sostenere i familiari e predisporre un passaggio adeguato ai servizi per adulti quando i pazienti raggiungono la maggiore età. Le cure palliative pediatriche non significano rinunciare alle cure, ma offrire un’assistenza proporzionata ai bisogni, orientata al benessere e alla dignità del bambino. Rafforzare la rete dei servizi è fondamentale per ridurre le disuguaglianze e sostenere le famiglie lungo tutto il percorso assistenziale.
Influenza in ritardo per il clima mite, ma aumentano i virus respiratori autunnali
La stagione influenzale 2026-2027 sembra procedere più lentamente rispetto alle attese, complice anche il clima ancora mite. Intanto, però, aumentano i casi di raffreddore, febbre e altri disturbi respiratori legati alla circolazione di diversi virus stagionali. A fare il punto è il virologo Fabrizio Pregliasco, che invita a non confondere il ritardo dell’epidemia influenzale con l’assenza del virus.
Le temperature più elevate possono influire sui tempi di diffusione dell’influenza, ma non impediscono al virus di circolare. Il freddo favorisce indirettamente il contagio perché le persone trascorrono più tempo in ambienti chiusi e spesso poco ventilati. La pioggia e gli sbalzi di temperatura, invece, non causano direttamente l’infezione: per ammalarsi è necessario entrare in contatto con un agente patogeno.
In questo periodo circolano diversi virus respiratori, tra cui rhinovirus, coronavirus stagionali, SARS-CoV-2, adenovirus e virus parainfluenzali. Si aggiungono progressivamente il virus respiratorio sinciziale, particolarmente importante per bambini piccoli e anziani, e i virus influenzali di tipo A e B. Poiché queste infezioni possono provocare sintomi simili, non sempre è possibile identificarne la causa soltanto attraverso le manifestazioni cliniche.
Gli esperti raccomandano di non rimandare la vaccinazione antinfluenzale in attesa di un abbassamento delle temperature. Dopo la somministrazione occorrono generalmente circa due settimane per sviluppare una risposta immunitaria adeguata. Arrivare protetti alla fase di maggiore circolazione virale è particolarmente importante per anziani, persone con patologie croniche e altri soggetti fragili. Restano inoltre fondamentali l’aerazione degli ambienti, l’igiene delle mani e l’attenzione ai sintomi, soprattutto quando si frequentano persone vulnerabili.
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Fonti: ANSA Salute & Benessere; Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA); Agenzia europea per i medicinali (EMA); Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC); Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST); Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM); Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro; Agenas; Ministero della Salute; Istituto Superiore di Sanità (ISS); Fondazione Maruzza; Società Italiana di Cure Palliative (SICP); Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); The Lancet; The Lancet Oncology; RaiNews; Università degli Studi di Milano.






