L’antibiotico-resistenza è una delle sfide più importanti della medicina contemporanea. La possibilità di trattare efficacemente le infezioni batteriche ha trasformato la storia della salute pubblica, rendendo più sicuri interventi chirurgici, trapianti e terapie oncologiche. Tuttavia, l’efficacia degli antibiotici non è garantita per sempre: alcuni batteri hanno sviluppato meccanismi che consentono loro di sopravvivere ai trattamenti, rendendo determinate infezioni più difficili da curare. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2023 circa un’infezione batterica confermata in laboratorio su sei, tra quelle analizzate a livello globale, risultava resistente agli antibiotici. Un dato che evidenzia la dimensione del problema e la necessità di preservare l’efficacia dei farmaci disponibili.
Come si sviluppa la resistenza agli antibiotici
Gli antibiotici sono medicinali progettati per eliminare i batteri oppure impedirne la crescita e la moltiplicazione. Agiscono attraverso diversi bersagli cellulari: alcuni interferiscono con la sintesi della parete batterica, altri bloccano la produzione delle proteine o compromettono processi essenziali per la replicazione del DNA. I batteri, tuttavia, possiedono una notevole capacità di adattamento e possono sviluppare o acquisire caratteristiche genetiche che riducono la sensibilità a uno o più farmaci.
La resistenza può emergere attraverso mutazioni spontanee del materiale genetico oppure mediante il trasferimento di geni tra batteri, anche appartenenti a specie differenti. Quest’ultimo processo, definito trasferimento genico orizzontale, può avvenire attraverso meccanismi come la coniugazione, la trasformazione e la trasduzione. Un ruolo importante è svolto dai plasmidi, molecole di DNA extracromosomico che possono trasportare geni di resistenza e facilitarne la diffusione tra microrganismi.
L’impiego di un antibiotico esercita una pressione selettiva sulla popolazione batterica: i microrganismi sensibili vengono eliminati o inibiti, mentre quelli dotati di meccanismi di resistenza hanno maggiori probabilità di sopravvivere e moltiplicarsi. Il farmaco, quindi, non crea necessariamente la resistenza, ma favorisce la selezione dei batteri che possiedono caratteristiche adatte a contrastarne l’azione. Se questi microrganismi si diffondono, possono trasmettere i propri determinanti genetici ad altre popolazioni batteriche, contribuendo alla circolazione di ceppi resistenti.
I meccanismi farmacologici che permettono ai batteri di resistere
La resistenza batterica può svilupparsi attraverso diversi meccanismi, spesso presenti contemporaneamente nello stesso microrganismo. Uno dei più importanti è la produzione di enzimi capaci di inattivare l’antibiotico. Le beta-lattamasi, per esempio, degradano l’anello beta-lattamico di farmaci come penicilline e cefalosporine, impedendo loro di interferire correttamente con la sintesi della parete cellulare. Tra questi enzimi figurano le beta-lattamasi a spettro esteso (ESBL) e le carbapenemasi, che possono compromettere l’efficacia di classi di antibiotici particolarmente importanti per il trattamento delle infezioni gravi.
Un secondo meccanismo consiste nella modifica del bersaglio farmacologico. Se il batterio altera la struttura molecolare alla quale si lega un antibiotico, il farmaco può perdere efficacia pur raggiungendo la cellula. È il caso, per esempio, di alcune modificazioni delle proteine coinvolte nella sintesi della parete batterica, che possono ridurre la sensibilità a determinati antibiotici. Altri microrganismi, invece, modificano la permeabilità della membrana o riducono l’ingresso del farmaco attraverso specifiche porine.
Esistono inoltre le pompe di efflusso, sistemi di trasporto che espellono attivamente le sostanze dalla cellula batterica, riducendo la concentrazione intracellulare dell’antibiotico. Quando più meccanismi si combinano, il microrganismo può diventare resistente a diverse classi farmacologiche. Si parla di multidrug resistance (MDR) quando un batterio presenta resistenza almeno a un agente appartenente a tre o più categorie di antimicrobici, secondo la definizione internazionale comunemente adottata. La distinzione è importante perché la resistenza non è un fenomeno uniforme: conoscere il meccanismo coinvolto aiuta a comprendere quali farmaci possano conservare attività contro il patogeno.
Quando un’infezione diventa più difficile da trattare
L’antibiotico-resistenza non coincide automaticamente con il fallimento di ogni terapia. La gravità delle conseguenze dipende dal microrganismo responsabile, dalla sede dell’infezione, dalle condizioni cliniche del paziente e dalla disponibilità di alternative efficaci. Tuttavia, quando il batterio è resistente ai farmaci normalmente utilizzati come prima scelta, può essere necessario ricorrere a trattamenti differenti, a ulteriori accertamenti diagnostici o a un’assistenza clinica più complessa.
Il problema è particolarmente rilevante nelle infezioni invasive, come le batteriemie, nelle quali i batteri raggiungono il circolo sanguigno. In queste situazioni, un trattamento iniziale inefficace può ritardare il controllo dell’infezione e aumentare il rischio di complicanze, tra cui la sepsi. Alcuni antibiotici alternativi possono inoltre richiedere un monitoraggio più attento per il rischio di tossicità, interazioni farmacologiche o difficoltà nella somministrazione.
La resistenza può compromettere anche la sicurezza di procedure mediche che dipendono dalla prevenzione e dal trattamento delle infezioni. Interventi chirurgici complessi, trapianti e chemioterapia possono comportare un aumento della vulnerabilità alle infezioni batteriche. Se le opzioni terapeutiche diventano limitate, anche procedure normalmente consolidate possono richiedere maggiori precauzioni. L’OMS sottolinea infatti che la resistenza antimicrobica aumenta il rischio di complicanze, prolunga i ricoveri e può comportare costi sanitari più elevati.
Antibiotico-resistenza in Italia: cosa mostrano i dati più recenti
In Italia la resistenza agli antibiotici continua a rappresentare un problema rilevante, soprattutto per alcuni batteri responsabili di infezioni invasive e per i microrganismi resistenti a più classi di farmaci. I dati della sorveglianza nazionale AR-ISS, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, mostrano che nel 2024 le percentuali di resistenza per diversi patogeni monitorati sono rimaste elevate, pur con alcuni segnali di miglioramento. La sorveglianza ha coinvolto 210 laboratori distribuiti nelle 21 Regioni e Province autonome, con una copertura nazionale pari al 67,5%.
Tra i dati più significativi figura la resistenza di Escherichia coli alle cefalosporine di terza generazione, salita al 27,7% nel 2024 rispetto al 26,7% dell’anno precedente. La resistenza ai fluorochinoloni, una classe che comprende ciprofloxacina e levofloxacina, si è attestata al 34,5%. Per Klebsiella pneumoniae, la percentuale di isolati resistenti ai carbapenemi è invece diminuita dal 26,5% del 2023 al 24% del 2024. Questi farmaci sono particolarmente importanti nel trattamento di alcune infezioni gravi sostenute da batteri Gram-negativi.
Anche i batteri Gram-positivi presentano criticità. La percentuale di isolati di Staphylococcus aureus resistenti alla meticillina (MRSA) è scesa al 25,7%, mentre per Enterococcus faecium resistente alla vancomicina è stato registrato un aumento, con una percentuale del 34,9%. I valori riguardano gli isolati analizzati dalla sorveglianza e non rappresentano la probabilità che una persona qualsiasi sviluppi un’infezione resistente. Le differenze tra microrganismi, farmaci e contesti clinici rendono indispensabile interpretare i dati nel loro specifico ambito epidemiologico.
Uso inappropriato degli antibiotici: perché la prescrizione deve essere mirata
L’utilizzo degli antibiotici è uno dei fattori che influenzano maggiormente la selezione e la diffusione dei batteri resistenti. Ogni trattamento esercita una pressione selettiva sulle comunità microbiche: quando il farmaco viene impiegato senza una reale indicazione, oppure quando la scelta non è adeguata al tipo di infezione, può favorire la sopravvivenza dei microrganismi resistenti senza offrire un beneficio clinico proporzionato.
Gli antibiotici sono efficaci contro i batteri, ma non curano le infezioni virali, come il raffreddore comune e la maggior parte dei casi di influenza. Il loro impiego in queste situazioni non accelera la guarigione e può contribuire alla selezione di batteri resistenti presenti nell’organismo. Anche l’automedicazione, l’utilizzo di medicinali avanzati da precedenti terapie e la condivisione di antibiotici con altre persone espongono a rischi evitabili.
L’appropriatezza terapeutica non consiste semplicemente nel prescrivere meno antibiotici, ma nell’utilizzarli quando servono, scegliendo il principio attivo più adatto, il dosaggio corretto e la durata sostenuta dalle evidenze scientifiche per quella specifica infezione. Non è sempre necessario ricorrere a un farmaco ad ampio spettro: quando le condizioni cliniche lo consentono, una terapia mirata può ridurre l’esposizione non necessaria ad altre classi di antibiotici.
La durata del trattamento deve essere stabilita in base alla patologia, alla risposta clinica e alle caratteristiche del paziente. Non esiste una regola universale secondo cui una terapia più lunga sia sempre più efficace, così come non è corretto interromperla autonomamente appena scompaiono i sintomi. Seguire le indicazioni del medico e rivalutare la terapia quando emergono nuovi risultati diagnostici sono passaggi fondamentali per coniugare efficacia e sicurezza.
Diagnosi e antibiogramma: individuare il trattamento più efficace
La diagnosi microbiologica svolge un ruolo centrale nella gestione delle infezioni resistenti. Quando indicato, il medico può richiedere esami colturali su campioni biologici appropriati, come sangue, urine o materiale proveniente dalla sede infetta. Se viene isolato un microrganismo responsabile dell’infezione, il laboratorio può eseguire un antibiogramma per valutare la sua sensibilità ai diversi antibiotici.
I risultati vengono interpretati secondo criteri microbiologici standardizzati, che tengono conto delle caratteristiche del microrganismo e delle concentrazioni del farmaco raggiungibili con regimi terapeutici appropriati. In questo modo è possibile distinguere i batteri sensibili da quelli per i quali l’efficacia del trattamento è ridotta o richiede specifiche condizioni di esposizione al farmaco.
L’antibiogramma non deve essere interpretato isolatamente. La scelta terapeutica dipende anche dalla sede dell’infezione, dalla gravità del quadro clinico, dalla funzionalità renale ed epatica, dalle allergie, dalle interazioni farmacologiche e dalla possibilità che il farmaco raggiunga concentrazioni adeguate nel tessuto interessato. Un antibiotico attivo in laboratorio potrebbe infatti non essere la scelta più appropriata in ogni situazione clinica.
Nelle infezioni gravi può essere necessario iniziare una terapia empirica prima di conoscere il risultato degli esami, scegliendo il trattamento sulla base del quadro clinico e dei dati epidemiologici disponibili. Quando arrivano i risultati microbiologici, il medico può rivalutare la prescrizione e passare, se possibile, a una terapia più mirata. Questo processo, spesso definito de-escalation terapeutica, permette di ridurre l’uso non necessario di antibiotici ad ampio spettro senza compromettere il controllo dell’infezione.
Prevenzione e approccio One Health: contrastare la resistenza oltre l’ospedale
L’antibiotico-resistenza non può essere affrontata esclusivamente attraverso la prescrizione dei farmaci. La diffusione dei microrganismi resistenti dipende anche dalla trasmissione delle infezioni, dalle condizioni igienico-sanitarie, dall’organizzazione dei servizi di cura e dall’impiego degli antimicrobici negli animali e nei sistemi produttivi. Per questo l’OMS promuove l’approccio One Health, che considera interconnesse la salute umana, quella animale e quella ambientale.
Un ruolo importante è svolto dai programmi di antimicrobial stewardship, che promuovono un uso responsabile degli antimicrobici attraverso la collaborazione tra medici, farmacisti, microbiologi e personale infermieristico. Questi programmi comprendono la revisione delle prescrizioni, il monitoraggio dei consumi, l’aggiornamento dei protocolli e la valutazione degli esiti clinici. L’obiettivo non è limitare indiscriminatamente le cure, ma garantire che ogni paziente riceva un trattamento appropriato, evitando esposizioni inutili e riducendo la pressione selettiva sui batteri.
Resta infine la necessità di investire nella ricerca di nuovi antibiotici, nello sviluppo di test diagnostici più rapidi e nel miglioramento dell’accesso ai medicinali efficaci. La disponibilità di nuove molecole, tuttavia, non sarà sufficiente se i farmaci continueranno a essere utilizzati in modo inappropriato. Preservare le terapie esistenti e sostenere l’innovazione sono interventi complementari, indispensabili per contenere la diffusione della resistenza.
Proteggere gli antibiotici significa proteggere la medicina del futuro
L’antibiotico-resistenza dimostra quanto l’efficacia di una terapia dipenda non soltanto dalle proprietà farmacologiche del medicinale, ma anche dall’evoluzione dei microrganismi, dalle modalità di utilizzo e dalla capacità dei sistemi sanitari di prevenire e controllare le infezioni. La farmacologia, la microbiologia clinica e la sorveglianza epidemiologica devono quindi procedere insieme, affinché le decisioni terapeutiche siano sempre più precise e basate sulle evidenze disponibili.
Per i cittadini, il contributo più importante consiste nell’evitare l’automedicazione, non utilizzare antibiotici per le infezioni virali e seguire le indicazioni ricevute dai professionisti sanitari. Per il sistema sanitario, la priorità è migliorare la prevenzione delle infezioni, promuovere prescrizioni appropriate e monitorare costantemente la diffusione dei batteri resistenti.
La sfida non riguarda soltanto la disponibilità di nuovi farmaci, ma la capacità collettiva di preservare quelli che già possediamo. Gli antibiotici rimangono strumenti essenziali della medicina moderna: utilizzarli in modo responsabile significa contribuire a mantenerli efficaci anche per le generazioni future.
Fonti: World Health Organization (WHO), Antimicrobial resistance, 2026; Istituto Superiore di Sanità (ISS), Sorveglianza nazionale AR-ISS, rapporto dati 2024; European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), Antimicrobial resistance in the EU/EEA – Annual Epidemiological Report 2024, 2025; GBD 2021 Antimicrobial Resistance Collaborators, Global burden of bacterial antimicrobial resistance 1990–2021: a systematic analysis with forecasts to 2050, The Lancet, 2024.





