Rassegna stampa Sanità e Benessere – 9 Ottobre 2026

SANITÀ IN PRIMA PAGINA

Cinque notizie in cinque minuti

Da smog a cambiamenti climatici e vaping, nuove minacce per la salute respiratoria dei bambini

L’inquinamento atmosferico, i cambiamenti climatici e la diffusione delle sigarette elettroniche stanno aumentando i rischi per la salute respiratoria dei più giovani. L’allarme arriva dagli esperti riuniti al Congresso della Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili (SIMRI), che hanno evidenziato come le nuove abitudini e le trasformazioni ambientali stiano modificando il quadro delle patologie respiratorie in età pediatrica.

Tra gli aspetti più preoccupanti c’è il consumo di prodotti contenenti tabacco e nicotina. Secondo i dati presentati, oltre un adolescente su tre tra i 14 e i 17 anni ha utilizzato almeno un prodotto di questo tipo nell’ultimo mese. Un fenomeno che riguarda anche le sigarette elettroniche, spesso percepite dai ragazzi come meno rischiose rispetto alle sigarette tradizionali, nonostante l’esposizione alla nicotina possa creare dipendenza e comportare conseguenze per la salute.

Parallelamente, le allergie respiratorie risultano sempre più diffuse. La rinite allergica interessa il 12,3% dei bambini e il 21% degli adolescenti, percentuali superiori rispetto a quelle osservate circa trent’anni fa. Tra i fattori che possono contribuire a questa evoluzione figurano l’inquinamento e i cambiamenti climatici, che influenzano la durata delle stagioni polliniche, la concentrazione dei pollini e la qualità dell’aria.

Gli specialisti richiamano inoltre l’attenzione sull’esposizione al fumo negli ambienti chiusi. Anche i residui che rimangono sulle superfici dopo che una sigaretta è stata spenta, noti come fumo di terza mano, possono rappresentare una fonte di esposizione per i bambini. Prevenzione, ambienti più salubri e informazione rivolta alle famiglie restano strumenti fondamentali per proteggere la salute respiratoria durante l’infanzia e l’adolescenza.

Analisi del sangue a digiuno o no? Uno studio chiarisce per quali esami è necessario

Presentarsi a digiuno per le analisi del sangue è una raccomandazione frequente, ma non sempre indispensabile. Un ampio studio pubblicato su JAMA Internal Medicine ha analizzato milioni di risultati di laboratorio relativi a 101.148 adulti, raccolti in 670 ospedali, per valutare quanto il tempo trascorso dall’ultimo pasto possa influenzare gli esami di routine.

La ricerca ha preso in considerazione 121 test di laboratorio, mostrando che per la maggior parte degli esami il digiuno non è necessariamente richiesto per ottenere risultati clinicamente utilizzabili. L’effetto dell’alimentazione varia infatti in base al parametro misurato e all’intervallo trascorso dal pasto. Questo significa che non esiste una regola unica valida per tutte le analisi: le indicazioni devono essere definite in base agli esami prescritti e alle condizioni della persona.

Alcuni valori, tuttavia, possono cambiare in modo significativo. Nei campioni raccolti a meno di otto ore dall’ultimo pasto, la glicemia risultava mediamente più alta del 10,8%, i trigliceridi del 20,1% e la lipasi del 36,4%. Anche alcuni enzimi epatici mostravano variazioni. Questi risultati indicano che, per determinati parametri, il digiuno può essere importante per interpretare correttamente i dati e confrontarli con gli intervalli di riferimento.

Lo studio ha inoltre rilevato che, tra chi aveva digiunato per 8-12 ore e chi aveva atteso più di 12 ore, le differenze non erano clinicamente rilevanti. Prolungare inutilmente il digiuno, quindi, non sembra offrire benefici per molti esami. La raccomandazione resta quella di seguire le indicazioni del medico o del laboratorio, senza modificare autonomamente la preparazione agli esami, soprattutto quando sono richiesti controlli specifici della glicemia o dei grassi nel sangue.

Salute mentale, otto milioni di italiani coinvolti: servizi territoriali ancora insufficienti

Sono circa otto milioni gli italiani che convivono con problemi di salute mentale, un fenomeno che rappresenta una sfida crescente per il sistema sanitario e per la società. In vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, i dati riportano l’attenzione sulla diffusione del disagio psicologico e sulle difficoltà nell’accesso a percorsi di assistenza adeguati.

La dimensione del problema emerge anche a livello internazionale. Secondo le stime del Global Burden of Disease pubblicate su The Lancet, nel 2023 le persone con disturbi mentali nel mondo erano circa 1,17 miliardi. In Italia, nel 2024, i servizi pubblici hanno assistito 845.516 adulti. Il numero, tuttavia, non rappresenta necessariamente tutte le persone che avrebbero bisogno di supporto, perché una parte di chi soffre non si rivolge ai servizi o incontra ostacoli nell’accesso alle cure.

Restano significative anche le differenze territoriali nelle risorse destinate alla salute mentale. La spesa pro capite varia dai 37 euro della Campania ai 115 euro della Provincia autonoma di Bolzano, a fronte di una media nazionale di circa 75 euro. Anche lo sviluppo delle Case di Comunità procede con difficoltà: delle 1.715 strutture previste, soltanto 334 risultano dotate di servizi dedicati alla salute mentale. Una carenza che può limitare la possibilità di ricevere assistenza vicino al proprio domicilio.

Il Piano nazionale di azione per la salute mentale 2025-2030 prevede uno stanziamento iniziale di 255 milioni di euro per il primo triennio. Gli esperti sottolineano però che le risorse economiche devono accompagnarsi a servizi accessibili, continuità assistenziale e interventi di prevenzione. Anche l’uso dei social media e degli strumenti digitali richiede attenzione, soprattutto quando interferisce con il benessere psicologico. Informazione corretta, contrasto allo stigma e rafforzamento dei servizi territoriali restano passaggi essenziali per rendere la salute mentale una componente effettiva della salute pubblica.

Con i farmaci per l’obesità diminuiscono anche dolore da artrosi, apnee notturne e infiammazione

I nuovi farmaci sperimentali contro l’obesità potrebbero avere benefici che vanno oltre la perdita di peso. È quanto emerge da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, dedicato a retatrutide, una molecola che agisce contemporaneamente sui recettori di GLP-1, GIP e glucagone. I risultati indicano effetti significativi sul peso corporeo e su alcune condizioni frequentemente associate all’obesità.

Alle dosi più elevate, oltre un partecipante su tre ha perso almeno il 30% del peso iniziale. La riduzione del peso si è accompagnata anche a miglioramenti di altri indicatori clinici: tra questi, il dolore al ginocchio nelle persone con artrosi, la gravità delle apnee ostruttive del sonno e alcuni marcatori dell’infiammazione. In particolare, la proteina C-reattiva, utilizzata per valutare lo stato infiammatorio, si è ridotta fino al 60%.

Un altro risultato riguarda il metabolismo degli zuccheri. Tra i partecipanti con prediabete, nove su dieci hanno raggiunto valori glicemici nella norma. Il dato è rilevante perché l’obesità è associata a un rischio maggiore di sviluppare diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e altre patologie croniche. Intervenire sul peso può quindi contribuire a migliorare diversi aspetti della salute, anche se l’entità dei benefici varia in base alle caratteristiche individuali e richiede ulteriori verifiche nel lungo periodo.

Retatrutide è ancora in fase di sperimentazione e non è un farmaco approvato per l’uso clinico. I risultati non devono quindi essere interpretati come una raccomandazione a utilizzarlo al di fuori degli studi autorizzati. Il tema è stato affrontato anche durante il 25° Congresso della Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità (SIMDO), a Cagliari. In Sardegna è stata inoltre avanzata una proposta per sperimentare per tre anni l’accesso a farmaci contro l’obesità con prezzi calmierati e gratuità per le persone economicamente più fragili.

Diabete di tipo 2, gli esperti: anticipare i farmaci innovativi per ridurre i rischi

Nel trattamento del diabete di tipo 2, l’impiego dei farmaci innovativi potrebbe essere valutato già nelle prime fasi della malattia, senza attendere che il controllo della glicemia diventi insufficiente. È la posizione emersa durante la conferenza organizzata da FIASO, la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, dedicata alla preparazione del sistema sanitario nella gestione del diabete.

Le indicazioni internazionali dell’American Diabetes Association (ADA) e dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD) attribuiscono un ruolo crescente alle terapie basate sulle incretine, tra cui gli agonisti del recettore GLP-1 e i farmaci ad azione combinata. In pazienti selezionati, questi medicinali possono essere presi in considerazione precocemente, insieme alle altre terapie appropriate, in base al profilo clinico e ai rischi individuali.

Il motivo è che il diabete non riguarda soltanto i livelli di zucchero nel sangue. Anche quando la glicemia appare ben controllata, una persona può conservare un rischio elevato di sviluppare complicanze cardiovascolari e renali. Secondo Andrea Giaccari, endocrinologo dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli, le terapie più recenti possono contribuire a intervenire su questi rischi, ampliando gli obiettivi della cura oltre il semplice raggiungimento di valori glicemici adeguati.

La scelta dei trattamenti deve comunque essere personalizzata, considerando benefici attesi, controindicazioni, condizioni cliniche e sostenibilità economica. Il costo dei farmaci innovativi rappresenta infatti una questione importante per il Servizio sanitario nazionale. La Regione Lazio ha richiamato l’attenzione sulla necessità di monitorarne l’utilizzo, affinché siano destinati alle persone che possono trarne il maggior beneficio. L’obiettivo è favorire un accesso appropriato alle terapie, evitando sia ritardi nelle cure sia prescrizioni non giustificate dalle evidenze scientifiche.

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Fonti: ANSA Salute & Benessere; Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili (SIMRI); JAMA Internal Medicine; University of Ulsan College of Medicine; The Lancet; Istituto Superiore di Sanità; Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); Ministero della Salute; New England Journal of Medicine; Società Italiana Metabolismo, Diabete e Obesità (SIMDO); FIASO; American Diabetes Association (ADA); European Association for the Study of Diabetes (EASD); Università Cattolica del Sacro Cuore; Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

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