SANITÀ IN PRIMA PAGINA
Cinque notizie in cinque minuti
Servizio sanitario nazionale, la Fp Cgil lancia l’allarme: risorse insufficienti e rischio di nuovi tagli agli ospedali
La progressiva riduzione delle risorse destinate al Servizio sanitario nazionale potrebbe tradursi in ulteriori tagli ai servizi, difficoltà nella tenuta delle strutture ospedaliere e un aggravamento delle condizioni di lavoro del personale. È l’allarme lanciato dalla Fp Cgil attraverso una nota del segretario generale Federico Bozzanca, che denuncia il rischio di un progressivo indebolimento del sistema pubblico e delle garanzie di accesso alle cure.
Nel documento il sindacato richiama il confronto tra la spesa sanitaria pubblica italiana e quella di altri Paesi europei. Secondo i dati citati, nel 2025 l’Italia destinava alla sanità il 6,2% del prodotto interno lordo, contro l’11% della Germania, il 9,4% della Francia, il 9,3% della Svezia e il 9,2% del Regno Unito. La preoccupazione riguarda anche le prospettive future: una contrazione delle risorse potrebbe restringere ulteriormente il perimetro dei servizi garantiti dal sistema pubblico.
Tra le criticità evidenziate figurano la carenza di personale, la pressione sui lavoratori e il rischio che ulteriori riduzioni dell’offerta pubblica spingano un numero crescente di cittadini verso prestazioni private. Un fenomeno che, secondo la Fp Cgil, si inserisce in un contesto nel quale la spesa sanitaria a carico delle famiglie continua ad aumentare.
Il sindacato richiama inoltre il dato relativo alla rinuncia alle cure: nel 2025 il 9,6% della popolazione, pari a oltre 5,6 milioni di persone, avrebbe rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico pur avendone bisogno. Una condizione che evidenzia quanto le difficoltà economiche e organizzative possano incidere concretamente sull’accesso alla salute. La Fp Cgil considera la difesa dell’universalità del servizio sanitario una priorità e ha annunciato la propria adesione allo sciopero generale della Cgil previsto per il 20 novembre.
Morbillo, il decesso di un bambino a New York riaccende l’allarme: il calo vaccinale preoccupa anche l’Italia
La morte di un bambino per morbillo nello Stato di New York, dopo oltre trent’anni senza decessi attribuiti alla malattia nella zona, riporta al centro dell’attenzione il tema della prevenzione vaccinale. La notizia ha suscitato l’intervento di diversi specialisti italiani, che sottolineano come il ritorno di complicanze gravi non sia un rischio confinato agli Stati Uniti, soprattutto in presenza di coperture vaccinali insufficienti.
L’infettivologo Matteo Bassetti ha definito l’episodio un possibile campanello d’allarme anche per l’Italia, richiamando il rapporto tra disinformazione e diminuzione delle vaccinazioni. Sulla stessa linea il virologo Roberto Burioni, che ha evidenziato le conseguenze delle informazioni false diffuse sui vaccini e il rischio che queste influenzino le decisioni dei genitori. Il morbillo, infatti, non è un’infezione priva di conseguenze: può provocare polmonite, encefalite, danni neurologici permanenti e, nei casi più gravi, la morte.
Fabrizio Pregliasco, virologo e direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università Statale di Milano, ha ricordato che circa un bambino su venti può sviluppare una polmonite e uno su mille un’encefalite. Esistono inoltre complicanze neurologiche tardive, come la panencefalite sclerosante subacuta, una patologia rara ma generalmente fatale che può manifestarsi anche molti anni dopo l’infezione.
Il morbillo è tra le malattie infettive più contagiose: in una popolazione completamente suscettibile, una persona infetta può trasmettere il virus mediamente a 12-18 individui. Due dosi di vaccino garantiscono una protezione di circa il 97%. Gli esperti richiamano quindi l’importanza di raggiungere e mantenere coperture vaccinali almeno del 95%, recuperando le vaccinazioni mancanti e proteggendo soprattutto i bambini più piccoli e le persone fragili. La vicenda americana dimostra che i risultati ottenuti attraverso la prevenzione non sono irreversibili e richiedono un impegno costante.
Diabete, la ricerca punta alla rigenerazione del pancreas: staminali e terapia genica aprono nuove prospettive
Restituire all’organismo la capacità di produrre insulina, intervenendo direttamente sulle cellule che regolano la glicemia. È una delle prospettive più ambiziose della ricerca sul diabete, al centro del 31° Congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia. Le strategie allo studio comprendono la sostituzione delle cellule beta pancreatiche danneggiate, la rigenerazione di quelle ancora presenti e, in prospettiva, l’impiego della terapia genica per consentire ad altri tessuti di contribuire alla regolazione del glucosio.
Secondo Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes Research Institute e responsabile dell’Unità di Medicina Rigenerativa e dei Trapianti dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, la medicina rigenerativa sta seguendo due direzioni principali: sostituire le cellule che hanno perso la propria funzione oppure stimolare quelle residue a ricostituire una massa cellulare capace di produrre insulina.
La sostituzione cellulare è già oggetto di sperimentazioni nell’uomo. Una delle innovazioni più rilevanti consiste nella possibilità di ottenere cellule produttrici di insulina a partire da cellule staminali pluripotenti, riducendo almeno in parte la dipendenza dalla disponibilità di isole pancreatiche provenienti da donatori. Anche il San Raffaele partecipa a questo filone di ricerca. Parallelamente, altri studi stanno valutando farmaci capaci di stimolare la rigenerazione delle cellule beta.
Un ulteriore fronte riguarda la terapia genica e il ruolo della glucochinasi, un enzima coinvolto nella regolazione del metabolismo del glucosio. In questo ambito viene studiata la possibilità di introdurre copie nuove o potenziate del gene, mentre il dorzagliatin rappresenta un approccio farmacologico che agisce stimolando l’enzima già presente. Il farmaco è stato approvato in Cina nel 2022 e successivamente a Macao e Hong Kong, ma non è disponibile in Europa. Si tratta di prospettive ancora differenti per maturità e applicazione clinica, che delineano un possibile cambiamento nell’approccio terapeutico al diabete.
Cataratta, in Italia oltre 550mila interventi l’anno: cresce la possibilità di operare entrambi gli occhi nella stessa seduta
La chirurgia della cataratta è tra gli interventi più praticati al mondo e in Italia supera le 550mila operazioni ogni anno. Una procedura ormai altamente standardizzata, caratterizzata da livelli di sicurezza sempre più elevati, che sta ampliando anche le possibilità di trattamento per i pazienti. Tra queste rientra la chirurgia bilaterale simultanea, che consente di intervenire su entrambi gli occhi durante la stessa seduta operatoria, in casi attentamente selezionati.
A illustrare l’evoluzione delle tecniche è Luciano Quaranta, direttore del Centro Oculistico Italiano. L’intervento viene eseguito principalmente attraverso la facoemulsificazione, che permette di frammentare e rimuovere il cristallino opacizzato, oppure con tecniche assistite dal laser. Il cristallino naturale viene quindi sostituito con una lente intraoculare, scelta in base alle caratteristiche e alle esigenze visive del paziente.
La cataratta è una condizione legata prevalentemente all’invecchiamento: le proteine del cristallino subiscono alterazioni che ne compromettono progressivamente la trasparenza. Rappresenta la principale causa di riduzione della capacità visiva a livello mondiale e interessa soprattutto le persone dopo i 60 anni, anche se può presentarsi in forma congenita. Il diabete e l’esposizione prolungata alla luce solare possono favorirne una comparsa più precoce.
Tra i segnali più comuni figurano l’annebbiamento progressivo della vista, la difficoltà nella visione notturna, l’abbagliamento e la percezione alterata dei colori. La possibilità di intervenire contemporaneamente su entrambi gli occhi può essere valutata quando è necessario accelerare il recupero visivo o correggere differenze refrattive importanti. Non si tratta, tuttavia, di una soluzione adatta a tutti: la selezione dei pazienti e la valutazione del rischio restano fondamentali.
Rumore del traffico, aumenta il rischio cardiovascolare: lo studio su oltre 108mila adulti
L’esposizione prolungata al rumore prodotto da automobili, autobus, treni e aerei potrebbe contribuire ad aumentare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. A suggerirlo è uno studio condotto da ricercatori del Massachusetts General Hospital, che ha analizzato i dati di 108.051 adulti iscritti alla Massachusetts General Brigham Biobank. I risultati, diffusi il 2 novembre, saranno presentati al congresso scientifico dell’American Heart Association a Chicago.
La ricerca ha preso in esame i dati raccolti tra il 2010 e il 2020, considerando l’esposizione quotidiana al rumore dei trasporti nelle vicinanze delle abitazioni. Circa un terzo dei partecipanti risultava esposto a livelli superiori a 50 decibel, mentre oltre la metà superava i 45 decibel. I ricercatori hanno osservato che un’esposizione superiore ai 50 decibel era associata a un incremento dell’8-10% nello sviluppo di alcuni importanti fattori di rischio cardiovascolare, tra cui ipertensione, colesterolo elevato e diabete.
Un elemento particolarmente interessante riguarda il rapporto tra inquinamento acustico e qualità del sonno. Secondo i risultati, l’associazione tra esposizione al rumore e rischio cardiovascolare appariva simile sia nelle persone con abitudini di sonno regolari sia in quelle con disturbi o durata del riposo non ottimale. Questo suggerisce che dormire adeguatamente, pur restando fondamentale per la salute generale, potrebbe non essere sufficiente a neutralizzare gli effetti dell’esposizione cronica al rumore ambientale.
Gli autori sottolineano tuttavia che si tratta di uno studio osservazionale: i risultati evidenziano un’associazione, ma non dimostrano un rapporto diretto di causa-effetto. Saranno necessari ulteriori approfondimenti per comprendere i meccanismi biologici coinvolti e definire con maggiore precisione il peso dell’inquinamento acustico sulla salute cardiovascolare. La ricerca contribuisce comunque ad ampliare l’attenzione sui fattori ambientali che incidono sul benessere, evidenziando come la prevenzione cardiovascolare non riguardi soltanto gli stili di vita individuali, ma anche le condizioni dell’ambiente in cui si vive.
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Fonti:ANSA; Adnkronos; Centro Oculistico Italiano; Istituto Superiore di Sanità (ISS); Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS; Fondazione Bietti IRCCS; JAMA Ophthalmology; Società Italiana di Diabetologia (SID); IRCCS Ospedale San Raffaele; Federazione Lavoratori della Funzione Pubblica CGIL; American Heart Association; Massachusetts General Hospital; Mass General Brigham Biobank; Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).






