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Sanità, premiati cinque progetti per rendere le cure più umane e vicine ai pazienti
Migliorare l’esperienza delle persone durante il percorso di cura significa prestare attenzione non soltanto alla malattia, ma anche ai bisogni emotivi, relazionali e quotidiani di pazienti e familiari. È questo il principio alla base degli Humanizing Health Awards, iniziativa che il 13 ottobre a Milano ha premiato cinque progetti dedicati a rendere l’assistenza sanitaria più attenta alla persona.
A ciascun progetto vincitore è stato assegnato un contributo di 10mila euro per sostenere iniziative rivolte ai pazienti e ai caregiver. Il riconoscimento valorizza esperienze che cercano di migliorare la qualità della permanenza nelle strutture sanitarie e il modo in cui le persone affrontano diagnosi, trattamenti e periodi di fragilità.
L’umanizzazione delle cure comprende diversi aspetti: una comunicazione più chiara tra professionisti e pazienti, una maggiore attenzione alle esigenze individuali, il coinvolgimento dei familiari e la creazione di ambienti capaci di ridurre disorientamento e isolamento. Anche interventi organizzativi mirati possono contribuire a rendere il percorso sanitario più comprensibile e sostenibile, soprattutto per chi affronta malattie complesse o assistenze prolungate.
Il tema assume un’importanza crescente in un sistema sanitario chiamato a coniugare efficacia clinica, sostenibilità e qualità dell’esperienza assistenziale. Riconoscere il ruolo dei caregiver e ascoltare le esigenze dei pazienti significa considerare la persona nella sua interezza, senza limitare l’intervento sanitario alla sola prestazione. Valorizzare e diffondere le buone pratiche può aiutare le strutture a costruire modelli di cura più accoglienti, partecipati e centrati sui bisogni reali delle persone.
Chirurghi sempre più difficili da trovare: entro il 2030 a rischio l’accesso agli interventi
La carenza di chirurghi rappresenta una delle criticità emergenti per il Servizio sanitario nazionale. Secondo i dati presentati al 128° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia, nel 2026 sono rimasti vacanti 193 dei 646 posti disponibili nelle scuole di specializzazione in Chirurgia generale, pari a circa il 30%. Il dato è in miglioramento rispetto al 37,8% registrato nel 2025, ma evidenzia ancora difficoltà nel ricambio generazionale.
A pesare è soprattutto l’età della classe medica: oltre la metà dei chirurghi generali ospedalieri ha più di 60 anni. Le proiezioni indicano che entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio circa 2.800 professionisti su un totale di 6.500, mentre il numero dei nuovi specialisti potrebbe non superare quota 1.300. Il saldo negativo rischia quindi di raggiungere circa 1.500 medici.
La situazione potrebbe avere conseguenze concrete sull’organizzazione degli ospedali e sulla possibilità di garantire interventi chirurgici in tempi adeguati. A fronte di una domanda destinata a crescere, le difficoltà nel reperire specialisti potrebbero aggravare le differenze tra territori e rendere più complessa la gestione delle liste d’attesa.
Tra le cause indicate dai professionisti figurano turni impegnativi, responsabilità medico-legali, aggressioni, riconoscimento economico e necessità di maggiori tutele. La sfida riguarda quindi sia la formazione di nuovi specialisti sia la capacità di rendere la professione più attrattiva e sostenibile. Garantire un ricambio adeguato sarà fondamentale per preservare l’accessibilità e la qualità dell’assistenza chirurgica nei prossimi anni.
Malattie reumatologiche, 10 milioni di italiani coinvolti: le cure restano disomogenee
Sono circa 10 milioni gli italiani che convivono con almeno una malattia reumatologica, ma la disponibilità dei servizi specialistici presenta ancora importanti differenze territoriali. In Italia si contano 42 unità operative complesse di Reumatologia, con una distribuzione che non sempre risponde in modo uniforme alle esigenze della popolazione.
I dati sono stati presentati dalla Società Italiana di Reumatologia in occasione della Giornata mondiale delle malattie reumatiche, insieme al primo Libro Bianco della Reumatologia italiana. Il documento evidenzia le criticità nell’organizzazione dell’assistenza, nella formazione degli specialisti e nell’accesso alle terapie innovative.
Un problema riguarda anche la prescrizione dei farmaci biologici: secondo i dati diffusi, il 23% dei reumatologi ambulatoriali non può prescriverli direttamente. In alcuni casi, questo comporta la necessità per i pazienti di rivolgersi a centri autorizzati, con possibili spostamenti aggiuntivi e difficoltà nel garantire la continuità terapeutica.
Le disuguaglianze riguardano anche la formazione universitaria, dove l’insegnamento della Reumatologia può variare sensibilmente tra gli atenei. Una preparazione specialistica non omogenea rischia di incidere sulla capacità di riconoscere tempestivamente le patologie e indirizzare i pazienti verso i percorsi appropriati.
La Società Italiana di Reumatologia chiede di rafforzare la rete dei centri specialistici, aumentare il numero dei professionisti e uniformare i percorsi assistenziali. L’obiettivo è ridurre le differenze regionali e garantire un accesso più equo alle cure, soprattutto per patologie croniche che richiedono diagnosi tempestive, monitoraggio costante e trattamenti adeguati nel lungo periodo.
Fegato grasso, attenzione alla MASH: prevenzione e nuove terapie contro le forme più gravi
Il fegato grasso è una condizione sempre più rilevante per la salute pubblica, soprattutto quando si associa a infiammazione e danno delle cellule epatiche. In questi casi si parla di MASH, steatoepatite associata a disfunzione metabolica, una patologia che può evolvere verso fibrosi avanzata, cirrosi, insufficienza epatica e carcinoma epatocellulare.
In Italia si stimano circa 5.000 pazienti con fibrosi moderata o avanzata legata alla MASH. La malattia rappresenta inoltre una causa sempre più importante di trapianto di fegato, mentre l’impatto economico complessivo potrebbe raggiungere i 3 miliardi di euro entro il 2040. Questi dati richiamano l’attenzione sulla necessità di individuare precocemente le persone a rischio.
La MASH è strettamente collegata a condizioni metaboliche come obesità, diabete di tipo 2 e dislipidemia. La prevenzione passa quindi anche dal controllo del peso, da un’alimentazione equilibrata, dall’attività fisica regolare e dalla gestione delle patologie associate. Poiché nelle fasi iniziali il disturbo può non provocare sintomi evidenti, la valutazione dei fattori di rischio assume un ruolo centrale.
Accanto agli interventi sullo stile di vita, la ricerca sta ampliando le possibilità terapeutiche per i pazienti che presentano forme più avanzate. L’inquadramento clinico e il monitoraggio specialistico permettono di valutare il grado di danno epatico e definire il percorso più appropriato. Rafforzare la consapevolezza sulla MASH significa intervenire prima che la malattia raggiunga stadi difficilmente reversibili, riducendo il rischio di complicanze e il ricorso a trattamenti complessi.
Leucemie acute, due studi puntano su cure sempre più personalizzate
La ricerca sulle leucemie acute compie nuovi passi verso trattamenti costruiti sulle caratteristiche biologiche della malattia e sulla risposta individuale ai farmaci. Due studi condotti a Parma esplorano la possibilità di individuare le terapie più adatte a ciascun paziente, con l’obiettivo di migliorare l’efficacia delle cure e rendere più mirate le scelte cliniche.
Il lavoro è stato sviluppato dal Laboratorio di Ematologia traslazionale e chemogenomica dell’Università di Parma, diretto dal professor Giovanni Roti. I risultati sono stati pubblicati sulle riviste scientifiche Blood e Nature npj Precision Oncology, portando l’attenzione sul ruolo della medicina di precisione nel trattamento delle patologie ematologiche.
L’approccio consiste nell’analizzare le caratteristiche molecolari delle cellule leucemiche e nel valutare la loro sensibilità ai diversi farmaci. Queste informazioni possono contribuire a identificare le opzioni terapeutiche più promettenti per il singolo caso, considerando che pazienti con la stessa diagnosi possono presentare differenze biologiche rilevanti e rispondere in modo diverso ai trattamenti.
La prospettiva è quella di superare progressivamente gli approcci terapeutici uniformi, favorendo decisioni basate sulle peculiarità della malattia. Saranno necessari ulteriori approfondimenti per consolidare i risultati e valutarne le applicazioni nella pratica clinica, ma gli studi confermano l’importanza della ricerca traslazionale nello sviluppo di cure sempre più mirate per le leucemie acute.
Fonti: ANSA Salute & Benessere; Agenas; Fondazione IncontraDonna; Società Italiana di Chirurgia (SIC); Società Italiana di Reumatologia (SIR); Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF); Associazione EpaC; Ministero della Salute; Università di Parma; Blood; Nature npj Precision Oncology.
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Fonti: ANSA Salute & Benessere; Agenas; Fondazione IncontraDonna; Società Italiana di Chirurgia (SIC); Società Italiana di Reumatologia (SIR); Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF); Associazione EpaC; Ministero della Salute; Università di Parma; Blood; Nature npj Precision Oncology.






