Rassegna stampa Sanità e Benessere – 6 Novembre 2026

SANITÀ IN PRIMA PAGINA

Cinque notizie in cinque minuti

Parkinson, in Giappone arriva la terapia cellulare: primi trattamenti, ma gli specialisti invitano alla cautela

Il Giappone ha avviato l’utilizzo clinico di una nuova terapia cellulare per la malattia di Parkinson, aprendo una prospettiva importante nel campo della medicina rigenerativa. Nei giorni scorsi una donna affetta dalla patologia è stata sottoposta al trattamento con raguneprocel, commercializzato con il nome di Amchepry, dopo l’approvazione delle autorità regolatorie giapponesi. Il prodotto è destinato a pazienti che non ottengono un beneficio sufficiente dalle terapie farmacologiche disponibili e punta a migliorare i sintomi motori.

La procedura consiste nell’impianto nel putamen, una struttura cerebrale coinvolta nel controllo del movimento, di cellule precursori destinate a trasformarsi in neuroni produttori di dopamina. Queste cellule vengono ottenute riprogrammando cellule adulte di un donatore attraverso tecniche di laboratorio. Non si tratta quindi, come spesso viene semplificato nella comunicazione pubblica, di un trapianto diretto di cellule staminali, ma dell’impiego di cellule già indirizzate verso una specifica funzione neuronale.

La notizia ha suscitato interesse nella comunità scientifica internazionale, ma la Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento (Limpe-Dismov) invita a non confondere il progresso tecnologico con una terapia di efficacia già dimostrata. I dati disponibili derivano da una sperimentazione di dimensioni ridotte, condotta su sette pazienti e priva di un gruppo di controllo. Restano quindi da chiarire diversi aspetti relativi alla sicurezza, alla durata dei benefici e all’effettiva capacità delle cellule impiantate di migliorare la sintomatologia.

Il presidente della società scientifica, Alessandro Tessitore, ricorda inoltre che il Parkinson è una malattia neurodegenerativa progressiva: ripristinare parzialmente la produzione di dopamina non significa arrestare il processo patologico, che coinvolge anche altre popolazioni neuronali. Il trattamento non è attualmente disponibile in Italia né nel resto d’Europa. Gli specialisti raccomandano pertanto di diffidare da chi propone a pagamento terapie con cellule staminali al di fuori di sperimentazioni autorizzate e percorsi clinici controllati.

Disturbi alimentari, oltre 3 milioni di persone coinvolte in Italia: il 6% dei casi riguarda bambini sotto i 12 anni

In Italia oltre tre milioni di persone convivono con un disturbo del comportamento alimentare e il fenomeno interessa fasce d’età sempre più giovani. Secondo i dati diffusi da ANSA, i casi presi in carico dai servizi sanitari sono passati da circa 680mila nel 2019 a oltre 1,6 milioni, più che raddoppiando nell’arco di quattro anni. Si stimano inoltre circa 3.800 decessi all’anno. I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione rappresentano oggi la seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali.

La distribuzione anagrafica evidenzia una particolare vulnerabilità delle generazioni più giovani: quasi il 60% dei pazienti ha un’età compresa tra i 13 e i 25 anni, mentre il 6% dei casi riguarda bambini al di sotto dei 12 anni. L’abbassamento dell’età di esordio rappresenta una delle principali criticità per il sistema sanitario, perché rende necessario intervenire prima che i comportamenti disfunzionali si consolidino e diventino più difficili da trattare.

Per rispondere a questa esigenza, Fondazione ANDI ETS, Fondazione Giunti e Fondazione Cotarella hanno presentato al Ministero della Salute il progetto nazionale “La prevenzione si impara da piccoli”. L’iniziativa punta a introdurre percorsi di educazione alimentare e sensibilizzazione già nella scuola primaria, attraverso materiali didattici, webinar e attività rivolte a insegnanti e famiglie. Il programma affronta il rapporto tra alimentazione, salute del cavo orale e benessere generale, valorizzando anche la dimensione emotiva e sociale del cibo.

Un ruolo importante viene attribuito ai professionisti che intercettano quotidianamente i cittadini. In particolare, i dentisti possono rappresentare un presidio di osservazione precoce, riconoscendo alcuni segnali di disagio anche in persone che tendono a evitare il confronto con il medico. La prevenzione, in questo contesto, non riguarda soltanto la trasmissione di corrette abitudini alimentari, ma anche la capacità di riconoscere tempestivamente le fragilità e indirizzare le persone verso percorsi specialistici.

Colesterolo, una terapia combinata può ridurre la placca coronarica fino al 21%: lo studio pubblicato su JAMA Cardiology

La placca aterosclerotica non è necessariamente una formazione destinata a rimanere invariata nel tempo. Una riduzione particolarmente intensa del colesterolo LDL può favorirne la regressione, diminuendone il volume nelle arterie coronarie. È quanto emerge dallo studio clinico FLOWPROMOTE, condotto da ricercatori dell’Università di Aarhus, in Danimarca, e pubblicato sulla rivista JAMA Cardiology. La sperimentazione ha confrontato due strategie farmacologiche in 104 pazienti con coronaropatia significativa, mai trattati in precedenza con statine.

I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: il primo ha ricevuto atorvastatina 40 mg, mentre il secondo è stato trattato con una combinazione di rosuvastatina 40 mg ed ezetimibe 10 mg. Quest’ultimo farmaco agisce riducendo l’assorbimento intestinale del colesterolo. Il trattamento è stato seguito per 18 mesi, con controlli mediante angio-TAC coronarica all’inizio dello studio, dopo nove mesi e al termine della sperimentazione.

I risultati hanno evidenziato una riduzione del colesterolo LDL del 65% nel gruppo sottoposto alla terapia combinata, rispetto al 38% ottenuto con atorvastatina. La differenza si è riflessa anche nella quantità di placca: il volume complessivo è diminuito del 21,1% con la combinazione farmacologica e del 13,6% con il trattamento standard. Ancora più significativa la regressione delle placche non calcificate, considerate particolarmente vulnerabili alla rottura: la riduzione è stata rispettivamente del 28,2% e del 20%.

La ricerca offre nuove evidenze sulla possibilità di intervenire non soltanto sui livelli di colesterolo, ma anche sulla progressione anatomica dell’aterosclerosi. Gli stessi autori sottolineano tuttavia che sarà necessario verificare se la regressione osservata si traduca in una diminuzione effettiva di infarti e altri eventi cardiovascolari. Lo studio, infatti, ha valutato il volume delle placche e non la riduzione degli eventi clinici.

Trapianti, a Bologna due pazienti iperimmuni ricevono un rene grazie a un nuovo anticorpo: prima mondiale

Due persone considerate quasi incompatibili con qualsiasi donatore disponibile sono riuscite a ricevere un trapianto di rene grazie a una strategia sperimentale sviluppata all’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Si tratta dei primi due interventi al mondo realizzati con l’impiego di Cizutamig, un anticorpo bispecifico sviluppato dalla società statunitense Candid Therapeutics e utilizzato nell’ambito di un programma di uso compassionevole. Il risultato potrebbe aprire nuove possibilità per i pazienti altamente iperimmunizzati, una categoria particolarmente complessa della trapiantologia.

I due pazienti, un uomo di 54 anni e una donna di 51, erano in lista d’attesa da circa tredici anni. La loro condizione immunologica rendeva estremamente difficile individuare un organo compatibile: il sistema immunitario produce infatti anticorpi diretti contro antigeni presenti nei tessuti del donatore, aumentando sensibilmente il rischio di rigetto. Secondo i dati presentati dal Policlinico, questa condizione interessa una quota rilevante delle persone in attesa di trapianto.

Il farmaco agisce sulle plasmacellule responsabili della produzione degli anticorpi che ostacolano la compatibilità. Attraverso un meccanismo bispecifico, favorisce il contatto tra queste cellule e i linfociti T, contribuendo alla loro eliminazione. In questo modo la strategia non si limita a ridurre temporaneamente gli anticorpi già presenti nel sangue, ma interviene sulle cellule che li producono. Nei due pazienti trattati è stata osservata una progressiva riduzione degli anticorpi anti-HLA e di quelli specifici contro il donatore, consentendo di procedere con il trapianto.

A diversi mesi dagli interventi, entrambi presentano una buona funzionalità dell’organo trapiantato e condizioni cliniche positive. Il risultato è stato presentato anche in ambito scientifico internazionale, ma rimane una prima esperienza clinica: saranno necessari ulteriori studi per valutare sicurezza, durata dell’effetto e possibilità di estendere la strategia a un numero maggiore di pazienti. Per le persone che da anni attendono un organo senza possibilità concrete di compatibilità, tuttavia, si apre una prospettiva di ricerca particolarmente significativa.

Tumori ginecologici, una paziente su dieci presenta una predisposizione genetica ereditaria: la profilazione può anticipare la prevenzione

Un’analisi genetica estesa può individuare predisposizioni ereditarie al tumore che rischierebbero di rimanere sconosciute con i tradizionali percorsi diagnostici. È quanto emerge da uno studio condotto presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, nell’ambito del programma FPG500, che ha analizzato il profilo genetico di pazienti affette prevalentemente da tumori ginecologici, come quelli dell’endometrio e dell’ovaio. I risultati, pubblicati sulla rivista Genome Medicine, indicano che circa una paziente su dieci presenta alterazioni genetiche costituzionali associate a una maggiore predisposizione oncologica.

La ricerca si è basata sul sequenziamento di oltre 500 geni. Nei primi due anni del programma sono stati esaminati circa 2.700 campioni. Le analisi hanno permesso di individuare mutazioni presenti non soltanto nelle cellule tumorali, ma anche in quelle sane: un elemento che indica come alcune alterazioni fossero presenti fin dalla nascita e possano essere trasmesse ai familiari. Secondo i ricercatori, circa un terzo delle predisposizioni individuate potrebbe non essere stato riconosciuto attraverso i normali criteri diagnostici.

La rilevanza della scoperta va oltre la diagnosi della singola paziente. Identificare una predisposizione ereditaria consente infatti di orientare le scelte terapeutiche, programmare controlli specifici sugli altri organi potenzialmente a rischio e valutare strategie di riduzione del rischio oncologico. Inoltre, rende possibile avviare test genetici sui familiari, per verificare l’eventuale presenza della stessa alterazione.

Il risultato rafforza il ruolo della profilazione genomica nella medicina di precisione: conoscere il patrimonio genetico di una persona può contribuire non soltanto a scegliere trattamenti più appropriati, ma anche a individuare situazioni di rischio prima che la malattia si manifesti nei familiari.

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Fonti:ANSA; JAMA Cardiology; Università di Aarhus; Fondazione ANDI ETS; Fondazione Giunti; Fondazione Cotarella; Ministero della Salute; Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento (Limpe-Dismov); IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna; Candid Therapeutics; Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS; Università Cattolica del Sacro Cuore; Genome Medicine.

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