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Cinque notizie in cinque minuti
Epatite Delta, dalla prima terapia approvata nuove prospettive per le cure
Dopo decenni con possibilità terapeutiche limitate, la gestione dell’epatite Delta entra in una nuova fase. Questa forma di epatite virale cronica, considerata tra le più aggressive, può evolvere rapidamente verso cirrosi, scompenso epatico, carcinoma del fegato e, nei casi più gravi, la necessità di un trapianto. Per anni non sono stati disponibili trattamenti specifici approvati, ma oggi la ricerca sta ampliando le opzioni per i pazienti.
Il tema è stato al centro dell’International Delta Cure Meeting di Milano. La prima svolta è arrivata con bulevirtide, attualmente l’unico trattamento specifico disponibile nella pratica clinica per l’epatite Delta cronica. Secondo uno studio multicentrico europeo citato dagli esperti, nei pazienti con cirrosi il trattamento è stato associato a una riduzione di circa l’80% del rischio di scompenso epatico dopo tre anni di terapia.
Il risultato rappresenta un progresso importante, ma non elimina tutti i rischi legati alla malattia. Rimane infatti fondamentale la sorveglianza per il carcinoma epatocellulare, poiché il trattamento non azzera la possibilità che si sviluppi un tumore del fegato. La diagnosi tempestiva e il monitoraggio specialistico continuano quindi a essere essenziali per la gestione dei pazienti.
Le prospettive future sono legate anche a nuove molecole in fase avanzata di sperimentazione. Sono in corso studi di fase 3 su diverse strategie, comprese combinazioni terapeutiche e trattamenti diretti contro componenti del virus dell’epatite B, da cui il virus Delta dipende per replicarsi. Per il 2027 sono attesi risultati importanti da diversi studi registrativi. Intanto, l’inserimento del test quantitativo Hdv-Rna nei Livelli essenziali di assistenza rafforza le possibilità di identificare e monitorare l’infezione attiva.
Intelligenza artificiale e dipendenza emotiva, i medici lanciano l’allarme sui chatbot
I chatbot basati sull’intelligenza artificiale stanno assumendo un ruolo crescente nella vita quotidiana, anche come interlocutori a cui confidare problemi personali e chiedere sostegno emotivo. La loro disponibilità continua, unita alla capacità di adattare le risposte al linguaggio e alle esigenze dell’utente, può creare una forte sensazione di ascolto e comprensione. Gli specialisti avvertono però che, in alcune situazioni, questo rapporto potrebbe trasformarsi in una forma di dipendenza emotiva.
Il tema è stato affrontato durante il congresso nazionale della Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze, FeDerSerD, in corso a Napoli. Secondo una rilevazione annuale sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa richiamata durante il confronto, l’ambito della terapia e della compagnia si è confermato per il secondo anno consecutivo tra i principali casi d’uso di queste tecnologie.
A rendere i chatbot particolarmente coinvolgenti è la loro capacità di riconoscere segnali emotivi e formulare risposte apparentemente empatiche. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Communications Psychology ha rilevato che sei modelli linguistici hanno ottenuto una media dell’81% di risposte corrette in cinque test standardizzati di intelligenza emotiva, rispetto al 56% dei campioni umani di riferimento. Questi risultati misurano specifiche capacità di riconoscimento e risposta, non la presenza di emozioni reali.
Gli esperti sottolineano che utilizzare un chatbot non significa automaticamente sviluppare una dipendenza. Il rischio merita tuttavia attenzione quando l’interazione diventa indispensabile per affrontare le difficoltà quotidiane o sostituisce progressivamente i rapporti umani. La sfida riguarda anche le piattaforme tecnologiche, chiamate a considerare le conseguenze psicologiche di sistemi progettati per mantenere l’utente coinvolto. Informazione, consapevolezza e attenzione ai comportamenti individuali diventano quindi strumenti importanti per promuovere un utilizzo equilibrato dell’intelligenza artificiale.
Menopausa, quasi una donna su due nasconde i sintomi: poche si rivolgono al medico
La menopausa è oggi un argomento più discusso rispetto al passato, ma continua a essere accompagnata da imbarazzo, disinformazione e difficoltà nel chiedere aiuto. Una ricerca condotta da AstraRicerche per Bayer Italia su mille donne italiane tra i 50 e i 70 anni, diffusa in vista della Giornata mondiale della menopausa del 18 ottobre, mostra che il 70,6% percepisce una maggiore apertura sul tema. Allo stesso tempo, il 65,2% ritiene che se ne parli ancora troppo poco.
Il disagio emerge soprattutto nei comportamenti quotidiani: quasi la metà delle intervistate ha cercato almeno una volta di nascondere la menopausa, mentre il 38,1% ha celato i propri disturbi e il 21,1% ha provato a mascherare una vampata in pubblico. Il confronto avviene soprattutto con altre donne, amiche, figlie e colleghe, mentre il dialogo con gli uomini rimane meno frequente.
Anche il rapporto con i professionisti sanitari presenta criticità. Il 26,8% delle intervistate non ha mai parlato di menopausa con un medico e, tra le donne che manifestano disturbi, il 30,8% non li ha discussi con uno specialista. Il 42,7% delle donne con sintomi non segue alcun trattamento e soltanto il 9,3% è in terapia prescritta dal medico. Intanto, i disturbi possono incidere significativamente sulla qualità della vita: il 40,7% riferisce problemi del sonno moderati o severi e il 37,3% vampate di intensità analoga.
La menopausa non riguarda soltanto i sintomi immediati. I cambiamenti ormonali possono associarsi anche a conseguenze sulla salute ossea e cardiovascolare, ma la consapevolezza resta parziale. Gli specialisti invitano quindi a non considerare i disturbi come una condizione inevitabile da sopportare in silenzio. Un confronto con il medico permette di valutare le opzioni disponibili, comprese le terapie quando indicate, e di individuare un percorso adeguato alle esigenze della singola donna.
Orecchio bionico completamente invisibile, primi interventi in Italia a Piacenza e Siena
Un impianto cocleare di nuova generazione, con tutte le componenti posizionate sotto la pelle, è stato utilizzato per la prima volta in Italia durante due interventi eseguiti il 12 ottobre negli ospedali di Piacenza e Siena. La tecnologia è destinata a persone con sordità grave o profonda e punta a superare alcuni limiti dei dispositivi tradizionali, nei quali una parte dell’apparecchiatura rimane visibile all’esterno.
Il sistema è progettato per funzionare senza componenti esterne da indossare quotidianamente. Microfoni speciali rilevano i suoni attraverso la cute e il dispositivo li trasforma in impulsi elettrici che stimolano la coclea, consentendo alle informazioni sonore di raggiungere il cervello attraverso il nervo uditivo. L’obiettivo è offrire una soluzione discreta, utilizzabile anche durante il sonno e le attività quotidiane.
Una delle caratteristiche più rilevanti riguarda la gestione dell’alimentazione. La batteria può essere ricaricata appoggiando un apposito caricatore sopra l’impianto, senza dover rimuovere un dispositivo esterno. Il sistema è inoltre progettato per resistere all’acqua e ridurre il rischio di perdere o danneggiare le componenti che normalmente vengono indossate all’esterno. Queste caratteristiche potrebbero semplificare la vita quotidiana delle persone con ipoacusia severa-profonda, anche durante lo sport e altre attività.
A Piacenza l’intervento è stato eseguito dall’équipe di Otorinolaringoiatria diretta da Domenico Cuda, nell’ambito di un’esperienza pilota promossa dall’Emilia-Romagna insieme alla Toscana. Si tratta di una tecnologia innovativa, con pochi precedenti a livello internazionale. Come per ogni impianto cocleare, l’efficacia concreta dipenderà dalla valutazione dei singoli pazienti e dal percorso successivo all’intervento, che comprende controlli e regolazioni specialistiche. La nuova soluzione amplia comunque le possibilità tecnologiche per affrontare le forme più gravi di perdita dell’udito.
Ondate di calore, stanziati 8 milioni di euro per rafforzare la prevenzione sanitaria
Il Ministero della Salute ha annunciato uno stanziamento di 8 milioni di euro nel prossimo biennio per rafforzare le iniziative di prevenzione e gestione delle ondate di calore. La decisione è stata comunicata dal ministro Orazio Schillaci durante l’incontro dedicato al rapporto sull’estate 2026 e alle prospettive future, al termine della stagione caratterizzata da temperature elevate e prolungate.
Secondo quanto riferito dal ministro, durante l’estate il sistema di allerta ha dovuto affrontare un numero di giornate critiche superiore a quello degli anni precedenti. Nelle città del Centro Italia si sono registrati in media 45 giorni di allerta, mentre al Nord e al Sud la media è stata di 35 giorni. Le temperature elevate, associate in diversi periodi a un’elevata umidità anche durante la notte, hanno aumentato la pressione sui servizi sanitari e reso necessario mantenere alta l’attenzione sui rischi per la popolazione.
Le ondate di calore possono avere conseguenze particolarmente rilevanti per anziani, persone con patologie croniche, bambini piccoli e individui che vivono in condizioni di fragilità sociale. La disidratazione e lo stress termico possono aggravare problemi cardiovascolari e respiratori, provocare malesseri acuti e aumentare il rischio di ricovero. Le misure preventive comprendono sistemi di allerta, informazione ai cittadini, assistenza alle persone vulnerabili e coordinamento tra servizi sanitari ed enti locali.
Le risorse annunciate saranno destinate a iniziative sviluppate in collaborazione con amministrazioni territoriali e società scientifiche. L’obiettivo è migliorare la capacità di prepararsi a eventi climatici sempre più impegnativi e di proteggere le persone maggiormente esposte. La prevenzione richiede infatti un approccio continuativo, che non si limiti alla gestione delle emergenze durante i giorni più caldi, ma includa pianificazione, comunicazione tempestiva e servizi territoriali in grado di raggiungere chi ha maggiori difficoltà ad affrontare le temperature estreme.
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Fonti: ANSA Salute & Benessere; Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano; International Delta Cure Meeting; FeDerSerD; Harvard Business Review; Communications Psychology; AstraRicerche; Bayer Italia; International Menopause Society; Regione Emilia-Romagna; AUSL di Piacenza; Regione Toscana; Ministero della Salute.






